Il motore della curiosità

Guardare oltre l’orizzonte

Consentitemi un post fuori dalle righe: è una riflessione nata con naturalezza, guardando indietro a un percorso lungo e ancora in evoluzione, e non il racconto di un traguardo.

Il 2026 segnerà un punto significativo del mio cammino: cinquant’anni di attività informatica.

I miei primi programmi risalgono alla primavera del 1976. Un’epoca in cui la memoria si misurava semplicemente in byte, senza prefissi altisonanti, e ogni singolo bit era prezioso. Un’epoca in cui si lavorava spesso in camice bianco, più simili a tecnici di laboratorio che a sviluppatori come li intendiamo oggi.

Da allora è stato un progresso continuo, non sempre lineare, non sempre immediatamente compreso, ma costante.

Quando l’informatica era artigianato

Ho iniziato in una fase in cui l’informatica era ancora profondamente artigianale.
Si scriveva codice con la consapevolezza dell’hardware sottostante, si ottimizzava per necessità, non per virtuosismo. Ogni ciclo di clock contava, ogni byte risparmiato era una piccola conquista.

Non c’erano framework complessi né astrazioni rassicuranti: c’erano problemi reali da risolvere, e bisognava capirli fino in fondo.

Le comunicazioni digitali: dal cavo all’etere

Ho avuto il privilegio di vivere anche la fase pionieristica delle comunicazioni digitali, sia via cavo che on the air.
Reti locali quando “rete” non era ancora una parola di uso comune. Collegamenti geografici quando la latenza non era una metrica da dashboard, ma un fenomeno fisico da comprendere e governare – e che agli inizi si calcolava in ore.

In quegli anni ho imparato una lezione che non mi ha più abbandonato:

una tecnologia ha valore reale solo se se ne comprendono pienamente i meccanismi, i limiti e i punti di rottura.

Navigare tra linguaggi, sistemi… e solitudini

In questi decenni ho “navigato” – in senso molto concreto – tra linguaggi di programmazione, sistemi operativi, paradigmi e architetture.
Alcuni sono scomparsi, altri si sono evoluti, altri ancora sono tornati sotto nuove forme.

Non sempre è stato un percorso condiviso.
Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito un po’ isolato, soprattutto quando provavo a descrivere scenari che sembravano lontani o prematuri. Ricordo bene, sul finire degli anni ’90, quando parlavo di convergenza digitale: reti, servizi e contenuti destinati a fondersi. Spesso quelle riflessioni venivano accolte con scetticismo, quando non con un sorriso indulgente.

Col tempo ho capito che fa parte del gioco: chi guarda un po’ più avanti, a volte cammina da solo.

Studio e ricerca come scelta consapevole

Mai ho considerato lo studio una fase da superare.
Ricerca e sviluppo sono sempre stati una componente strutturale del mio tempo, non per obbligo professionale, ma per una spinta interna difficile da spegnere: la voglia di capire come funziona qualcosa, e se può funzionare meglio.

Non è sempre la strada più comoda, ma è quella che mi ha permesso di restare lucido mentre tutto cambiava.

Dall’analogico al digitale: un privilegio raro

Vivere la completa trasformazione di un mondo analogico in uno digitale è stata un’esperienza straordinaria.
Non solo per l’evoluzione degli strumenti, ma per il cambiamento profondo nel modo di pensare, comunicare, progettare.
Abbiamo visto nascere nuove grammatiche del mondo, molto spesso senza manuali di istruzione.

Il motore non è mai cambiato

Oggi mi avvicino ai 68 anni di età, e la cosa che più mi colpisce è che il motore è rimasto lo stesso: curiosità, voglia di sperimentare, il desiderio di capire cosa c’è dietro, e cosa potrebbe esserci dopo.

Questo settore ha una caratteristica unica:

non si finisce mai di imparare.

Ed è proprio per questo che curiosità e desiderio di scoperta non sono qualità accessorie, ma il cuore stesso di chi lavora con la tecnologia.

Guardare oltre l’orizzonte

Se c’è una cosa che vorrei trasmettere a chi oggi si avvicina all’informatica è questa: non limitatevi ad imparare ad usare strumenti, imparate a farvi domande.
Studiate, sperimentate, sbagliate.
Accettate anche i momenti in cui vi sentirete fuori posto o in anticipo sui tempi: spesso sono segnali che state andando nella direzione giusta.

Dopo cinquant’anni, posso affermare senza ombra di dubbio che

la curiosità è l’unico investimento che non perde valore.

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