Basilicon Valley?

By | 30 novembre 2014

Qualche giorno fa ho preso parte ad uno degli eventi cittadini di GoOnBas, la tappa lucana del GoOnItalia, in cui si è discusso dello stato digitale della nostra regione. Come era facile prevedere, l’interessante discussione è immancabilmente finita ad affrontare l’annosa questione del ‘digital divide’ della nostra terra (ma, per estensione, anche dell’Italia in generale).

Caso ha voluto che in questi giorni cadessero i trenta anni dall’inagurazione di Fido Potenza,  il mio sistema telematico di cui ho parlato qui, ed è naturale che il mio pensiero andasse alle esperienze fatte in quel periodo – a partire dalla fine degli anni ’70. Per chi non ha vissuto quelle fasi pioneristiche, avrebbe oggi difficoltà a credere che grossi gap fra le tecnologie che utilizzavamo in Italia (ed anche nel profondo Sud) e quelle di nazioni accreditate di livelli ben superiori non erano poi così marcate.

Anzi, a quei tempi c’erano aree tecnologiche in cui il nostro bel paese era addirittura in vantaggio rispetto alla concorrenza. Nel 1987 ebbi l’occasione di trascorrere alcune settimane in California e di confrontarmi con colleghi di realtà a quei tempi per me mitiche, per poi rendermi conto del fatto che avevamo un common ground molto simile. La differenza sostanziale era fondamentalmente di opportunità, le loro erano oggettivamente molto più ampie delle nostre.
Devo confessare che a quei tempi confidavo che proprio le tecnologie sarebbero state il grimaldello che avrebbe consentito alla nostra terra di liberarsi dai suoi atavici legacci. Ahimè, mai speranza fu più sbagliata.

child8Ma questa è una ragione di più per non dimenticarci del nostro passato e di quanto di importante sia stato fatto nel nostro paese.

Penso, giusto per citare qualche esempio, al caso della Programma 101 Olivetti,  il primo Personal Computer della storia dell’informatica, così innovativo che fu preso ad ispirazione (passatemi l’eufemismo) dalla Hewlett Packard per il suo HP9100.
Oppure che mentre  Jobs & Wozniak presentavano il loro Apple I all’Homebrew Computer Club di Palo Alto, un fiorentino, Gianni Becattini, pubblicava dalle pagine di Cq Elettronica il progetto del ‘Child 8’, un microcomputer basato sul Faichild F8 ed assemblabile con relativa facilità da chiunque fosse interessato.
Senza trascurare nomi di italiani famosi, come Federico Faggin, che hanno fatto la storia muovendo i primi passi qui in Italia, per poi emigrare.

E’ un fatto oggettivo che ai tempi di Fido Potenza, sulla fine degli anni ’80, la banda disponibile era la stessa, qui in Italia, di quella degli USA. Da noi la cosa strana era che gli stessi tecnici della SIP spesso si meravigliassero del fatto che sulle loro linee commutate noi si riuscisse a trasferire dati a 14.4kBaud.

E’ un aneddoto che dimostra quanto il problema sia solo in minima parte tecnologico, bensì largamente culturale. E questo è vero oggi ben più che ieri. E’ necessario rendersi conto che per colmare il gap e recuperare il tempo perduto non basta solo investire sul ferro o sulla fibra. E’ altrettanto importante avere nei ruoli chiave della nostra società persone con una visione del mondo che consenta loro di essere architetti del nostro futuro. Così come è necessario puntare sulla preparazione e sulla competenza di ogni persona, a qualsiasi titolo coinvolta.

Allo stesso tempo credo che dobbiamo interrogarci su quanto stiamo facendo, some società, per favorire l’iniziativa individuale. Quando penso alle aziende nate nei garage di casa, come Apple o Hewlett-Packard, mi chiedo spesso cosa sarebbe successo loro se fossero nate in Italia. Temo proprio che la burocrazia nostrana le avrebbe annichilite direttamente nella culla.

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