Identità culturale

By | 25 luglio 2013

Qualche giorno fa è apparsa su il Quotidiano della Basilicata un’intervista all’architetto Tonino Acito, dal titolo ‘Lo sviluppo di Potenza‘. Ho trovato la lettura interessante dato che, al di là di alcune differenze di vedute, fotografa in grande sintesi quello che io vado affermando da tempo in merito allo stato della città di Potenza, a cui io sono tanto legato.

Anche per me il problema principale di Potenza è in larga parte un problema di identità. Non perché Potenza non abbia una propria cultura millenaria, ma perchè tanti miei concittadini spesso faticano a ricordarlo. Anzi, diciamo che l’hanno sostanzialmente dimenticato.

D’altro canto, la storia della città è stata segnata da un fenomeno di marcato urbanesimo, che ha portato a raddoppiare, in un ventennio a cavallo degli anni 60 e 70, la sua popolazione. Chi si è trasferito in città dai paesi limitrofi ha quasi sempre portato con sé la propria storia e le proprie tradizioni. Con l’andare del tempo il nucleo dei potentini autoctoni si è andato via via riducendo. Nel contempo, le tante amministrazioni comunali che si sono succedute in questi decenni non hanno fatto nulla di concreto per preservare l’identità culturale della popolazione, la storia della città, il suo dialetto. Il risultato è che il tessuto culturale che legava gli abitanti del comune si è andato progressivamente sfilacciando.

Emblematico, da questo punto di vista, è il calvario de La Sfilata dei Turchi. Da essere l’evento spontaneo del popolo potentino, che l’ha resa unica e peculiare sino alla fine degli anni ’50, è divenuta da qualche anno un evento “teatrale”, definita da un disciplinare, redatto da un gruppo di esperti ed approvato dal Consiglio Comunale. In questo mezzo secolo la manifestazione è stata rivoltata più volte come un calzino, ed ha subito le mutazioni più strane. E’ stata riempita di trombettieri, sbandieratori, nobili e dame, figuranti in broccati ed ori, fino a vedere anche fra i figuranti un’orda di avvinazzati con gli zampitt’ di una sciagurata annata in cui via Pretoria era immersa in nenie orientali. In questo tempo, il popolo della città si è andato via via staccando da una manifestazione di cui era protagonista per diventarne un semplice, banale spettatore.

La vicenda della sfilata dei turchi è una metafora di quanto è accaduto per la cultura potentina. Il progressivo disinteresse delle amministrazioni, aggiunta alla mancanza di azioni per supportarla e favorirne la conoscenza nelle scuole, ha messo le nuove generazioni nella condizione di sapere nulla o poco del proprio passato, di perdere l’uso e la comprensione del dialetto – quello che si parla oggi è ben lontano dal putenzese di quando ero bambino, di fare venir meno gli elementi del common ground che legano assieme i membri di una comunità.

Mi chiedo sempre quanto sarebbe costato, sia in termini economici che di impegno concreto, supportare la cultura potentina. Dubito sarebbe stato necessario impiegare grandi risorse. Ricordo con nostalgia i cartelloni del Maggio Potentino di quando ero bambino: quante erano le manifestazioni che si snocciolavano, giorno per giorno, fra Maggio e Giugno di ogni anno.
Giusto per fare un paio di esempi, pensare a semplici attività da fare nelle scuole, regalando casomai giusto un po’ di libri – che fanno cultura – non credo sarebbe stato né complicato né costoso. Proseguire nell’organizzazione dei concorsi per le compagnie teatrali in vernacolo, che si tenevano regolarmente sul finire degli anni ’60, avrebbe contribuito a tenere viva la memoria del dialetto dei nostri nonni e della cultura che avevano ereditato dai loro avi.

Ma così non è stato. Perso il dialetto, annebbiata la memoria della storia, dispersa la popolazione autoctona, l’identità culturale è diventata (e continua a diventare) sempre più diafana.
Ma culltura ed identità sono elementi caratteristici di ognuno di noi: denotano il carattere di una famiglia, il calore di una casa; sono il collante di una città, perché ne identificano la realtà. L’aver trascurato queste cose ha nel tempo snaturato l’essenza stessa dei cittadini, ma anche lo stesso ambiente urbano.

Prendiamo il centro storico.

Ricordo le polemiche che negli anni ’70 seguirono la presentazione del piano Beguinot, lo studio che il noto urbanista napoletano aveva messo a punto sul futuro urbanistico della nostra città, e del centro storico in particolare, per conto dell’Amministrazione Municipale. Nel suo piano il prof. Beguinot  sosteneva, in soldoni, che l’organizzazione urbanistica dell’epoca non era adeguata a supportare lo sviluppo della città, e suggeriva di destinare il centro storico ad un ruolo principalmente culturale, spostando sia commercio che servizio in aree appositamente realizzate.
All’epoca, quando il centro era veramente l’ombelico della vita cittadina, sembrava un suicidio. Oggi sappiamo che le idee di Beguinot sono state confermate dai fatti.
Se avessimo saputo gestire questi processi oggi probabilmente avremmo una realtà differente.
Rimane il fatto che la migrazione dei servizi e del commercio in aree periferiche ha fortemente ridotto l’attrattività oggettiva del centro. La mancanza di una reale identità culturale condivisa ha fatto sì che ogni gruppo abbia trovato in altre aree della città quei punti di aggregazione che il centro non forniva più.
Risultato: il centro è oggettivamente moribondo. E’ un dolore passeggiare per via Pretoria e vedere le vetrine sbarrate ed i tanti cartelli Vendesi e Fittasi, ed essere consci che non è giusto un effetto della crisi. Il centro storico va ripensato, e l’unica chiave di rilettura è quella culturale.

Ma sul centro storico si è investito, e non poco, ma solo in termini prettamente materiali. Abbiamo una imponente e costosa infrastruttura di scale mobili, parcheggi ed ascensori, tutta protesa al servizio di esso. Peccato che in tutti questi anni praticamente nessuno si sia realmente interessato al ruolo oggettivo di questo importante spazio urbano.

Anche qui per me l’elemento chiave è un problema di identità  e di centralità del cittadino.

A Potenza non mancano opere inutili o mal realizzate. Giusto per citarne alcune: la Nave di rione Cocuzzo, il cosiddetto ponte attrezzato, il ponte in acciaio della rotonda di via di Giura (su cui non ho mai visto passare nessuno), il mega svincolo dell’Ospedale San Carlo. Le scale mobili mi sembrano oggettivamente troppe per il flusso medio degli utenti. Temo dovremo aspettare ancora alcuni anni prima di capire se lo snodo complesso del Gallitello porterà, come spero, i suoi benefici o andrà ad allungare la lista succitata.
Trovo, invece, molto più utili e sentite le opere che pongono al centro le esigenze dei cittadino, come i due parchi realizzati dall’ultima amministrazione comunale. Ma, nel contempo, sento la manzanza di un teatro degno di questo nome, che possa rendere la cultura degli eventi teatrali alla portata di una larga fetta di cittadini, e non solo della ridotta elite che può accogliere il Teatro Stabile.

Sono convinto che se si fossero programmati gli interventi con più attenzione, ma soprattutto con una maggiore partecipazione dei cittadini, si sarebbero potuti spendere gli stessi soldi in maniera più produttiva ed utile.

E’ troppo tardi per rimediare?

Credo di no. Non solo credo che si possa, ma anzi che si debba intervenire per (ri)costruire una identità cittadina che oggi è troppo labile. Identità che inevitabilmente deve radicarsi nel passato, ma per proiettarsi nel futuro.

Oggi parliamo tanto di ‘smart city‘, ma spesso facciamo l’errore di identificare biunivocamente lo smart con la tecnologia. Certo questa serve ed è utile, ma alla base del paradigma della città brillante c’è un elemento chiave: le persone brillanti (aka Smart People).

Sono le persone che fanno le città, e le città hanno un senso perché sono al servizio dei cittadini.

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