Sperimentare, una politica per il territorio

By | 26 luglio 2015

Sono conscio di non essere originale affermando che nel mondo è in atto una profonda rivoluzione.
Anzi, sono sicuro che in molti questa affermazione solleverà un interrogativo: quale?
Perché, in effetti, di rivoluzioni ne stiamo vivendo più di una.

Quella a cui mi riferisco, visto il mio ambito di attività, è quella microelettronica, innescata dall’avvento del microprocessore e dalla diffusione di massa dell’informatica, e che nel giro di pochi lustri ha trasformato radicalmente il mondo.

Come tutte le rivoluzioni, anche questa è difficile da riconoscere. Non tutti sono consci di stare vivendola, ed è per questo complessa da gestire in corso d’opera. E’ però innegabile che, come è stato per tutte quelle che l’hanno preceduta, e più notabilmente quella industriale, sono già evidenti gli effetti di  obsolescenza e di declino delle realtà che non sono in grado di riconoscerla ed aggiornarsi. Così come è sotto gli occhi di tutti la fortuna di chi, con lo sguardo proteso al domani, è in grado invece di scorgerne in anticipo le implicazioni e di sfruttarle a proprio favore.

Gli storici fanno coincidere l’inizio di questo periodo di trasformazione sociale con la produzione del  primo microprocessore monolitico (single-chip)  – l’Intel 4004 – messo a punto dal gruppo di Federico Faggin agli inizi degli anni ’70. Faggin, per chi non lo conoscesse, è nato e cresciuto in Italia. Prima di approdare in Intel era stato dipendente di Olivetti prima, e di SGS-Ates – altra azienda italiana del settore microelettronico – poi. Dopo avere inventato il microprocessore fondò, fra l’altro, la Synaptics, l’azienda che ha realizzato i primi touchpad e touchscreen. E’ una delle tanti grandi menti nostrane che ha dovuto emigrare per affermarsi.

In quegli anni, però, il gap tecnologico fra il nostro paese ed il resto del mondo era pressoché nullo. Anzi, non erano pochi gli aspetti tecnologici in cui eravamo sicuramente all’avanguardia. Quello su cui peccavamo, oggettivamente, era il contorno. Mentre le nostre punte di eccellenza di livello mondiale si staccavano su un substrato pressoché inesistente, altri paesi erano riusciti a creare un humus fertile e dinamico, su cui era relativamente semplice fare attecchire quanto di più nuovo provasse a crescere.

Il microprocessore era una di queste novità che agli inizi fu compresa da pochi. Al di là di personaggi profetici come Gordon Moore, che nel 1965 lanciò quella profezia che è tutt’ora nota (sia pur un po’ rimaneggiata) come legge di Moore, le potenzialità del microprocessore divennero immediatamente evidenti soprattutto in un ambito molto particolare: quello degli sperimentatori.

Gli sperimentatori hanno avuto un ruolo molto importante nelle prime fasi della rivoluzione microelettronica. Anche se la cosa non è particolarmente nota, la storia del personal computer nasce in larga parte proprio dai veri appassionati sperimentatori. Il gruppo più famoso è sicuramente quello dell’Homebrew Computer Club di Stanford, da cui sono usciti sia Steve Jobs che Steve Wozniac, fondatori di Apple, ma anche Adam Osborne, che diede vita all’azienda che produsse il primo computer portatile. Fu proprio in uno degli incontri di HCC, che si tenevano all’univesità di Stanford,  che fu presentato il mitico Apple I.

In realtà in quegli anni in Italia non eravamo poi così distanti: mentre Jobs & Wozniac pensavano al loro Apple I, nella nostra Toscana Gianni Becattini e Claudio Boarino lanciano dalle pagine della rivista  per sperimentatori CQ Elettronica il progetto del Child 8, un microcomputer basato sul microprocessore Fairchild F8,  assemblabile con relativa facilità dagli appassionati. Per inciso, anche in Italia da qual progetto nacque una azienda, la General Processor, che non ebbe le sorti felici di quelle made in USA.

Se in altre nazioni è stata rapidamente compresa l’importanza delle applicazioni dei microprocessori, in Italia abbiamo avuto invece un marcato disinteresse verso l’intero comparto. Il gap con le altre nazioni si è andato lentamente allargando sino ad un punto di discontinuità: l’esplosione di internet.

Anche qui, il fenomeno internet è stato poco capito e decisamente sottovalutato. Non siamo stati pronti ad affrontare il punto di svolta: il passaggio della connessione ad internet attraverso i modem sulle linee voce, ai sistemi di connessione digitale (come le varie DSL o i collegamenti senza filo). Mentre altre nazioni hanno investito in risorse e cultura, noi abbiamo lasciato gestire la vicenda al mercato.

E’ stato un grande errore. La storia ci insegna che, sin dagli albori della civiltà, il benessere ed il progresso hanno seguito le vie di comunicazione. In quegli anni era evidente che si andavano delineando nuove strade – per il trasporto, questa volta, di informazione e conoscenza. Le zone che potevano beneficiare grandemente delle nuove autostrade dell’informazione erano proprio quelle più svantaggiate dal punto di vista economico, e quindi quelle meno interessanti sotto il profilo commerciale.

E’ l’approccio che ha portato al cosiddetto digital divide.

Altre realtà, comprendendo meglio la direzione del futuro, o forse scommettendo su di esso, hanno avuto la capacità di gestire il fenomeno. Il paragone che faccio spesso è fra l’Estonia (45.000 kmq, 1.3M abitanti) e la mia regione, la Basilicata (10.000 kmq, 600k abitanti).

Alla fine degli anni ’90 lo stato baltico ha lanciato un progetto di rivoluzione digitale che lo ha portato ad essere una delle grandi eccellenze nel settore dell’innovazione tecnologica, come è efficacemente ricapitolato in questo articolo.

C’è stato sicuramente un grande investimento tecnologico, soprattutto nella distribuzione della larga banda, che arriva dappertutto sul territorio e, da notare, a tutte le scuole pubbliche. Ma si è investito, e molto, sulla creazione del know-how da parte della popolazione e sulla digitalizzazione di tutto ciò che è digitalizzabile. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e l’Estonia è oggi il primo stato che offre una cittadinanza digitale!

Negli stessi anni la mia Regione lanciava un progetto altrettanto ambizioso, il Computer in ogni casa. Replicato negli anni successivi, aveva come finalità lo sviluppo delle tecnologie digitali e l’offerta di servizi digitali al cittadino. Era focalizzato, però, sul solo aspetto tecnologico. Per cui, alla fine, il solo risultato è stato quello di dotare la stragrande maggioranza dei lucani di un personal computer.

Certo è che la Basilicata si trovava (ed in larga parte si trova ancora) nella condizione perfetta per promuovere l’applicazione di sagge politiche di incentivazione del settore digitale. Le vastissime aree interne che soffrono di uno spopolamento oramai irreversibile e di una economia in costante declino sono le candidate ideali per azioni politiche che, supportate da una connettività a larga banda, possano favorire la localizzazione di attività della cosiddetta new economy.

Io vado da anni affermando che la disponibilità di banda adeguata costituisce un enorme vantaggio competitivo in un mondo che è oramai dominato dalla connettività globale. Grazie alla connettività le aree interne, che soffrono atavicamente di problemi di viabilità e di isolamento, potrebbero trovarsi a competere sul mercato globale ad armi pari, se non con qualche punto di vantaggio. Il tutto a fronte di investimenti relativamente ridotti, per un settore di attività che è certamente non inquinante e non in contrasto con le vocazioni tradizionali del nostro territorio.

In altre parole, la banda non serve solo per accedere a Netflix.

Ma il semplice approccio tecnologico non è sufficiente. Il caso del distretto scolastico di San Francisco è l’ennesima riprova che la tecnologia è abilitante, ma non basta da sola al raggiungimento dei risultati sperati. Per avere una svolta è necessario un diverso approccio culturale, operando parallelamente sulle risorse disponibili sul territorio e sugli investimenti in tecnologia.

sperimentare
Da questo punto di vista una grande risorsa, largamente sottovalutata, è costituita proprio dal mondo degli sperimentatori. In questi anni è una platea che si è largamente allargata anche grazie ad alcuni facilitatori, come ad esempio Arduino – il sistema di prototipazione rapida che, applicando all’elettronica digitale un approccio simile a quello dei mattoncini Lego, ha consentito l’accesso al mondo della sperimentazione anche a chi non aveva dimestichezza con il saldatore ed i circuiti stampati.
Gli sperimentatori sono una grande risorsa perché sono persone dotate di inventiva, curiosità e tenacia: cosa si può sperare di avere di meglio per la creazione di qualcosa di nuovo e di originale? Quali possono essere i candidati migliori per la creazione di start-up tecnologiche?

E attenzione: anche dalle parti nostre vi sono realtà interessanti, che forse non saranno paragonabili all’Homebrew Computer Club di Stanford, ma che sono centri di attrazione di grande interesse. Cito giusto le prime che mi vengono in mente, organizzazioni come i Linux User Group, le associazioni di Radioamatori, i gruppi Coderdojo.
Realtà di questo genere hanno come fine la crescita culturale: la propria, ma anche quella del territorio in cui operano. E credo sia indubbio che la crescita possa essere certamente maggiore e più proficua in un quadro di collaborazione sinergica. Sarebbe quindi utile un ruolo di raccordo e di coordinamento, che potrebbe essere egregiamente svolto dall’Università.

Questa è un po’ una nota dolente: il nostro ateneo sino ad oggi mi è sembrato muoversi su piani sin troppo distanti dal territorio della nostra regione. Rompere questo isolamento, aprendo le porte del campus con iniziative finalizzate al raccordo ed all’incentivazione delle varie risorse presenti sul territorio, potrebbe essere la strada giusta per coltivare un po’ quell’humus che è stato così fertile in altre, analoghe situazioni, all’estero.

Una cosa è comunque certa: la rivoluzione andrà inesorabilmente avanti, continuando ad imporre i suoi ritmi, sempre più frenetici.
Possiamo farci trascinare, con tutto quello che ne consegue, o cavalcarla.

A noi la scelta.

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