Internet prima del web

Qualche giorno fa ho visto uno di quei meme su quanto sei vecchio su Internet con una lista di caselle da spuntare, tutte relative a vari servizi – di quelli sopravvivono solo nella memoria di chi li ha usati – dell’epoca web di internet. E’ il motivo che mi ha spinto a rispondere così:

Per essere realmente agé, però, ci mancano punti importanti, come UUCP, NCSA Mosaic e Gopher 😊
E comunque, anche se ho spuntato tutte le caselle (ed anche quelle che non ci sono) io non mi sento affatto vecchio! 😃

La battuta mi ha fatto comunque ripensare al fatto che oggi usiamo i due termini Internet e Web quasi come sinonimi.

Il Web, però, è solo una parte di Internet, non Internet stessa. Prima che diventasse normale aprire un browser e digitare un indirizzo, la rete esisteva già e si usava attraverso molti servizi e protocolli: posta elettronica, FTP, Telnet, IRC, Gopher. Accanto a Internet vivevano altre reti, come UUCP e fino a un certo punto Usenet e Fidonet, collegate con gateway. Il Web sarebbe arrivato solo dopo, e sarebbe diventato rapidamente così totalizzante da farci completamente dimenticare che la rete era stata concepita, ed usata, in modo molto diverso.

Entrare in una rete, non chiamare un computer

Per capire quanto fosse diversa bisogna dimenticare la Internet di oggi: niente fibra, niente Wi-Fi, niente 5G, niente smartphone sempre connesso. Per la stragrande maggioranza degli utenti l’accesso significava un computer, un modem e una linea telefonica.

In Italia, prima dell’Internet commerciale, c’era ITAPAC, la rete pubblica a commutazione di pacchetto. Era basata sullo standard X.25 del CCITT, ed è stata attiva a partire dagli anni ottanta:  collegava terminali, computer e sistemi remoti. Con un terminale o un PC e un modem (in genere a 1200bps) si chiamava un punto di accesso rete usando la normale rete telefonica (altre tecnologie, come X.28 ed  X.32, erano riservate a pochi eletti). Una volta dentro, per raggiungere un sistema remoto si indicava il suo NUA, Network User Address, cioè il suo indirizzo X.25 e, si usava la rete a pacchetto per raggiungere il sistema remoto.

La differenza rispetto ad un collegamento diretto via modem ad un BBS è sostanziale: il modem non portava al computer che volevi raggiungere, ma alla rete dati, e da lì si arrivava ai vari servizi. Anche la tariffazione era diversa. Dipendeva da traffico e tempo, non dalla distanza tra i punti di accesso: un progresso notevole rispetto alla telefonia interurbana.

X.25 ricorda le moderne reti IP perché divide i dati in pacchetti, ma è tutt’altra cosa: è basato sui circuiti virtuali, orientati alla connessione, mentre IP è a datagrammi. E non era ancora il Web: si accedeva a banche dati, si trasferivano file, si leggeva la posta, si partecipava a reti di discussione, quasi sempre in modalità testuale. La banda era poca, ee ogni carattere trasmesso costava tempo e spesso denaro: il testo era il formato più importante della rete.

Gopher, Archie e il resto

Quella fase non era però una versione primitiva del Web. Si organizzavano le informazioni in modi diversi, spesso pensati proprio per i limiti dell’infrastruttura.

Gopher è l’esempio più interessante: nato all’Università del Minnesota nel 1991 e formalizzato nell’RFC 1436 nel 1993, è un protocollo client-server su TCP, porta 70, basato su menu gerarchici da cui si raggiungono documenti, directory e servizi di ricerca. Niente fogli di stile, niente Javascript, niente pubblicità: informazioni organizzate e recuperate dalla rete.

Anche la ricerca era un’altra cosa. Archie, sviluppato alla McGill University dal 1989 e pubblico dal 1990, indicizzava i nomi dei file negli archivi FTP. Nel mondo Gopher arrivarono Veronica, che cercava tra i titoli dei menu di tutto il Gopherspace, e Jughead, che lavorava su un singolo server. WAIS si occupava della ricerca full-text. Erano strumenti molto meno universali della progenie dei motori di ricerca, ma affrontavano già lo stesso problema: come trovare qualcosa in una massa crescente di informazioni distribuite?

Il ruolo di UUCP

Ancora prima c’era UUCP, Unix-to-Unix Copy Program, nato ai Bell Labs e distribuito con Unix Version 7 nel 1979. Trasferiva file, posta e news tra sistemi Unix con un modello store-and-forward: i dati restavano in coda in locale e partivano quando c’era un collegamento verso il sistema successivo, spesso via modem. Non serviva una connessione permanente. Lo stesso principio era alla base di Fidonet: una BBS chiamava periodicamente un’altra, scambiava messaggi e file e riagganciava, e i messaggi proseguivano di nodo in nodo fino alla destinazione.

È un modo di pensare la rete che abbiamo quasi dimenticato. Oggi un computer invia un pacchetto e la rete è sempre disponibile. Allora la domanda era: quando avrò la prossima occasione per collegarmi al sistema successivo?

Poi arrivò il Web

Al CERN Tim Berners-Lee sviluppò il World Wide Web, basato su HTTP, HTML e URL, con documenti distribuiti collegati da link ipertestuali. Il primo sito web è stato pubblicato nel 1991, ma la svolta per la diffusione arrivò però con i browser capaci di renderlo facile da usare.

Su un PC, però, un browser non bastava: serviva prima di tutto parlare TCP/IP. Chi usava un PC con DOS o Windows doveva installare uno stack software, perché il sistema operativo non lo prevedeva. Tra i primi ci sono stati KA9Q NOS di Phil Karn, nato nel mondo del packet radio amatoriale, che portava TCP/IP sui PC e anche su collegamenti radio AX.25. Con Windows 3.x l’accesso dial-up via modem passò per Trumpet Winsock di Peter Tattam, che permetteva di collegarsi con SLIP o PPP e di far girare client come Mosaic. Prima di vedere la prima pagina con immagini, bisognava configurare IP, gateway e DNS a mano.

Anche se NCSA Mosaic non inventò Internet e non fu il primo browser, fu decisivo nel renderlo popolare: mostrava le immagini insieme al testo, con un’esperienza immediata per chi veniva da una rete quasi solo testuale, e supportava HTTP, FTP, NNTP e Gopher. Da lì il Web divenne il modo in cui la maggior parte delle persone avrebbe conosciuto Internet, tanto che – come dicevo nella premessa – nel linguaggio comune i due termini sono diventati quasi sinonimi.

Ma non lo sono: quando leggiamo la posta, ci colleghiamo via SSH o trasferiamo un file, usiamo Internet senza usare il Web.

Un piccolo esperimento

Per questo ho messo in funzione un piccolo server Gopher: gopher.fidobbs.it, porta standard 70. Non è una pagina Web che imita Gopher, ma un vero servizio Gopher, da visitare con un client Gopher. Dentro c’è una versione testuale del mio sito FidoBBS, dedicato alla tecnologia di Fidonet.

Per collegarsi con un computer moderno ci sono varie opzioni. Io suggerisco Gophie,  un client grafico per Windows, macOS e Linux che usa il protocollo Gopher con un’interfaccia moderna (è scritto in Java). Se preferite il buon vecchio terminale, esistono client a riga di comando come phetch.

Non l’ho messo in linea per nostalgia, che può essere divertente,  ma non è una grande ragione per conservare la memoria di una tecnologia. Mi interessa più testimoniare che Internet è nata come un insieme di reti, protocolli e servizi diversi, sviluppati per risolvere problemi concreti con le risorse disponibili. Lentezza, poca memoria, computer poco potenti e comunicazioni costose non erano solo ostacoli: determinavano come la rete veniva progettata e usata.

L’Internet di un tempo era più scomoda e meno accessibile, bisognava sapere di più e aspettare di più. Ma si vedeva con più chiarezza che era fatta di tanti mondi diversi: BBS, FTP, archivi pubblici, newsgroup, IRC, Gopher, database remoti, sistemi universitari, reti amatoriali (come il Net44 – Amateur Packet Radio Network – assegnato ai radioamatori nel 1981).

Oggi la rete è immensamente più veloce e capillare, e certo è un bene. Ma ogni tanto forse vale la pena spegnere il Web, dimenticare immagini, Javascript e streaming, e provare a vedere Internet come quando la grafica era un lusso e la banda pure.

Bastano un client Gopher, una connessione e un indirizzo:

gopher.fidobbs.it:70

Il resto è storia. E, almeno in questo caso, una piccola parte di quella storia è ancora lì, dall’altra parte della connessione.

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